Ogni pellicola cinematografia si inserisce in un contesto reale o meno, ma pur sempre un contesto. Ogni inquadratura, si dice, organizza uno spazio. Lo fa utilizzando paesaggio urbano e non (per gli esterni) e distinzione degli spazi interni, caratterizzati dal design. Ogni ambiente quindi è il set dell’azione (chi fa cosa, in quale parte dell’inquadratura e in quale direzione). Gli arredi inoltre servono a delimitare gli spazi e a definire le distanze e l’ampiezza di uno spazio. L’organizzazione dello spazio è quindi la maniera in cui l’architettura e per tanti versi anche il design, raccontano le loro storie o contribuiscono alla vita e alle storie di chi gli si muove intorno.

Ci sono film che sono ambientati in luoghi architettonicamente significativi, altri che raccontano le storie di architetti, ce ne sono altri ancora che costruiscono un mondo di design per comunicare delle idee e infine ci sono quelli che gli ambienti li usano per interagire con tutto il resto della messa in scena. In ogni caso architettura e design sono una parte fondamentale della proposta culturale e intellettuale del film.

I film imperdibili che parlano di architettura e design sono quelli audaci sia nell’uso degli spazi che nel racconto di cosa significhi lavorare in questo campo. Vi presentiamo tre pellicole del XXI secolo:


The Architect, Matt Tauber, 2006

Una commedia leggera ma puntuale che mette in scena la relazione tra cliente ed architettto in un caso estremo. Ad essere presi in giro sono sia i sogni di grandezza presto ridimensionati dei clienti che ela presunzione dell’architetto che si propone come artista, assieme ai luoghi comuni sull’architettura modernissima. È un resoconto sia banale che affidabile che appare tratto dai peggiori resoconti di reali rapporti architetti clienti.


L’uomo nell’ombra, Roman Polański, 2010

Sceneggiatura formidabile, per una pellicola ambientata in una location pazzesca. Una villa sulla spiaggia, tutta legno e tecnologia, realizzata con un design audace e piena di anfratti. vuoti e pieni in cui il protagonista si perde e scopre dettagli fondamentali. c’è un enigma nella sua testa che non riesce a risolvere mentre si muove in una casa che sembra fatta per essere essa stessa un enigma.


Dogville, Lars von Trier, 2003

la scelta più estrema: assenza di scenografia. rinunciando alle pareti che delimitano gli ambienti, sono sequenze, zone e personaggi a creare spazi definiti. Lars von Trier si cimenta quindi in una difficile impresa: sceglie di non sfruttare la maggior parte degli elementi architettonici e di design per definire gli spazi e la comprensione dello spettatore, chiedendo a lui stesso di percepirli.

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