C’era una volta la Banca: un istituto centenario il cui compito era quello di raccogliere i risparmi dei clienti e investirli per generare profitto. Investimenti che, oltre ad un ritorno economico, creavano imprese, posti di lavoro, avanzamenti tecnologici e sociali. Insomma la banca era il motore del nostro sistema economico e, più in generale, del progresso. C’era una volta la Banca. Già, perché oggi, dopo la crisi economica iniziata nel 2008, il ruolo della banca come erogatore di prestiti si è ampiamente ridimensionato. Non bisogna infatti dimenticare che i prestiti, per le banche, sono investimenti: tanto minore è la possibilità che quell’investimento generi un ritorno, tanto minore la possibilità di avere quel prestito. Ma non è solo l’offerta di credito a calare. Perché per avere un prestito c’è anche bisogno di dare delle garanzie e soprattutto, occorre sentirsi in grado di poterlo restituire, quel prestito. Insieme all’offerta cala quindi anche la domanda. Risultato: un sistema che si ingolfa e una ripresa che non arriva. Fortunatamente però anche se il sistema creditizio rallenta, il mondo, la tecnologia e le persone continuano a girare. E a creare nuovi modi di finanziare idee che, con il loro impatto, cambiano giorno dopo giorno la realtà. La tecnologia di cui parliamo si chiama Internet ed è ormai talmente importante che l’ONU ha inserito l’accesso alla rete come uno dei diritti fondamentali dell’uomo (al pari dell’accesso all’acqua potabile). L’altro fenomeno, invece meno conosciuto, che promette di rivoluzionare il modo di finanziare le idee, si chiama Crowdfunding e negli ultimi anni ha conosciuto una crescita esponenziale. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla definizione. Il crowdfunding, dall’inglese crowd (folla) e funding (finanziamento) è un processo partecipativo in cui un gruppo di persone contribuisce con dei capitali diffusi a sostenere un’idea o un’organizzazione.
La caratteristica principale è che, invece di avere pochi finanziatori che contribuiscono con grandi somme, in questo caso si utilizza il potere della rete per coinvolgere una miriade di piccoli finanziatori sparsi ai quattro angoli del globo. “Poca roba” direte voi, “quanto si può raccogliere mettendo insieme piccole somme?”. Bisognerebbe chiederlo ai creatori di Pebble, una specie di smart-watch personalizzabile la cui campagna gli ha permesso di raccogliere 10 milioni di dollari. Il segreto sta nei numeri: prendete 68929 persone che contribuiscono in media con 148 euro a testa ed ecco i vostri 10 milioni (e spiccioli) di dollari. I gadget tecnologici vanno fortissimo, soprattutto perché raccolgono l’interesse di tanti “geek”. Ma non solo: insieme a droni volanti controllabili tramite smartphone, col crowdfunding si finanziano una miriade di altri progetti. Da Reading Rainbow, il progetto per diffondere l’amore per la lettura, a progetti per finanziare film, dischi, orfanotrofi, eventi e persino piscine pubbliche galleggianti sul fiume Hudson, a New York. E in Italia? Come spesso capita, siamo qualche anno indietro rispetto ai paesi anglosassoni. Sebbene negli ultimi anni si sia vista una crescita del numero di piattaforme e di progetti, il fenomeno stenta ancora a decollare. Se si esclude il progetto per il finanziamento della ricostruzione della Città della Scienza di Napoli, che ha raccolta circa 1,3 milioni di euro, e i 150 mila euro raccolti dal progetto “Un passo per San Luca”, le cifre raccolte non sono esattamente da capogiro. Vale la pena però essere positivi: il fenomeno è in costante crescita e non ci sono segni di rallentamento. Anzi: la qualità dei progetti presentati continua a crescere e anche le amministrazioni pubbliche cominciano ad utilizzare il crowdfunding per promuovere la partecipazione attiva dei cittadini nel migliorare la propria città (anche detto “crowdfunding civico”). Così, mentre il concetto di partecipazione per le Banche rimane relegato ad impersonali foto di uomini in giacca e cravatta che stringono la mano di padri sorridenti in pullover grigio su depliant polverosi, lì fuori il fenomeno del crowdfunding sta contribuendo a creare l’economia del futuro. Quella che, qualche economista, ha definito “economia partecipativa” e che, speriamo, ci faccia presto dimenticare la terribile crisi che stiamo vivendo.

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