Versatilità, propositività e indipendenza, sono i concetti. Il desiderio di rendere la vita delle persone non solo gradevole esteticamente ma anche più comoda e funzionale, è l’obiettivo. Essere scelti o scoperti dalle case produttrici era l’unico modo per divenire un professionista riconosciuto nel settore design. Settore questo appartenente al mercato del lusso. Oggi non è più così. Ricorrendo al concetto un po’ vecchiotto ma sempre attuale dell’Historia Magistra Vitae, dove si parte dal passato per capire il presente e anticipare le idee del futuro: la storia della progettazione e dei costumi sociali divengono fondamentali per coprendere come si sono evoluti i concetti di spazio e di progetto. Il designer, che doveva essere in grado di coniugare due variabili: forma e gusto estetico, oggi è costretto a integrarne una terza: l’user experience. Diviene così un equilibrista che si destreggia tra creatività e razionalità, tra il suo estro poetico, le normative da rispettare (strutturali, ambientali, culturali, tecnologiche, economiche) e i desideri – bisogni degli utenti. Il problema diviene quindi, cosa significa progettare oggi e per chi, in una società investita da profonde trasformazioni. Per i giovani designer si delinea la possibilità di trovare un senso per il loro operare, al di là della generale tendenza all’estetizzazione degli oggetti sul mercato del lusso. Prospettiva interessante che rivoluziona completamente la professione. È la terza fase della rivoluzione industriale, caratterizzata dalla mondializzazione, dalla rivoluzione informatico-digitale, dalle profonde novità delle scoperte scientifiche e delle loro applicazioni (presumibili o già in atto), è qualcosa di cui solo ora ci si comincia a rendere veramente conto. Di cosa si tratta? Di nuove soluzioni imprenditoriali create sul web per gli utenti del web. Di differenti nazioni e organizzate ognuna a suo modo queste società di servizio utilizzano la democrazia digitale per mettere in comunicazione design, piccole e medie imprese artigiane e utenti.
Come funziona? Semplice: su apposite piattaforme gli inguaribili creativi, designer e appassionati di design, architettura e arredamento parteciperanno al contest, da soli o in gruppo, proponendo il loro progetto, descritto in dettaglio e corredato da immagine o rendering. Il pubblico vota. Chi vince viene prodotto dalle aziende partner della piattaforma. La vendita dipende dalla gestione della piattaforma: in alcuni casi è diretta al pubblico con l’ormai noto click del carrello, in altri casi è riservata ai bayer della grande distribuzione che in seguito immetteranno il prodotto nel circuito commerciale. Un business fondato sulla democrazia del talento, fenomeno attualissimo in tutti settori. Una strada interessante, soprattutto perché nasce dalla collaborazione tra designer, piccole e medie imprese e utenti. Si riapre, così, un colloquio, anche se in forma virtuale, in cui ideatore, produttore e consumatore si scelgono. Ma non è solo questo. L’attenzione va in particolar modo ai quei progetti imprenditoriali in cui le credenziali di accesso dei partecipanti siano vincolate da aspetti green: le idee presentate dai design rispettano i canoni dell’eco sostenibilità e la produzione viene affidata ad aziende locali che presentano un curriculum a impatto zero. Creatività, democrazia e rispetto per l’ambiente sono quindi i tre elementi in gioco in questo circuito virtuale. Ogni prodotto racconterà una storia che parla di passione, impegno, responsabilità, qualità, territorio, bellezza. Una filiera breve progettista-produttore-cliente, in cui tutti gli attori coinvolti ne avranno il loro giusto ricavo.

 

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