L’arte di strada si nutre di trasgressione, di muri sottratti allo squallore del cemento, di apparizioni improvvise, di sigle e mistero intorno ai suoi autori, di esposizione ai passanti distratti, destinatari di una forma d’arte che non attende di essere riconosciuta dagli ordini istituiti, perché nasce fuori da ogni permesso e da ogni autorità. Arte lontana anni luce dal mondo fashion delle gallerie e dei vernissage, arte per cui non è necessario mettersi in fila e pagare un biglietto, che non ha bisogno di alcuna didascalia o spiegazione o riconoscimento. Gli street artist comunicano con le persone che scelgono, spesso quelle residenti nelle periferie, nei quartieri popolari. Ipotizzare di chiuderla all’interno di un museo a pagamento, significa privarla dei suoi principi vitali, del suo tratto anarchico, della sua vita tra la folla. Nasce da questa pretesa la cancellazione di moltissime opere di BLU dai muri del capoluogo emiliano. Lo street artist più famoso in quel del bel paese ha voluto rivendicare la libertà dei suoi lavori con un gesto senza mediazione, distruggendo le proprie opere per evitare che venissero consacrate come arte da quelle istituzioni d’arte che la street art nasce per combattere. Ne hanno parlato tutti. L’evento bolognese “Street Art, Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” dove muri, lastre, pietre, assi di legno, saracinesche dipinte da Blu, Banksy, Ericailcane, Invader, Dran, Os Gemeos, Obey, Ron English sono state esposte dal 18 marzo al 26 giugno presso Palazzo Popoli. 300 pezzi in mostra alcuni dei quali ingabbiati in teche di vetro, altri incorniciati in una presentazione asettica che fa perdere il senso dell’opera in se. “Il gesto è radicale ma coerente, sensato e necessario” è il pensiero di alcuni, “danno alla comunità” è l’opinione degli altri. La critica è molto chiara e pratica: si sono appropriati di qualcosa senza l’autorizzazione dell’artista con l’idea che la preservazione della componente materiale di un’opera fosse più importante della dimensione data all’opera dall’artista stesso. Come si può pensare di occuparsi di proteggere un’arte dal deterioramento senza preservarne il messaggio fondamentale? Di Blu non si sa molto, neppure il nome, si sa solo che è nato a Senigallia, ha iniziato a Bologna e ha girato il mondo disseminando le sue opere dal Sud America, alla Palestina, in Europa come negli U.S.A. Crede nelle lotte sociali, nella tutela dell’ambiente, degli esseri umani e degli animali, non al denaro, non alle istituzioni capitalistiche. In Italia lo troviamo a Milano, Roma, Bologna, Firenze, Torino, Ancona. Un artista da tutti definito anticonformista, abituato alla cooperazione con altri artisti, on line i suoi lavori sono ovunque come quello a Berlino, raffigurante un grande uomo, in abito elegante con ai polsi orologi d’oro legati da una catena come fossero manette, o quell’altro a Lisbona dove un uomo bianco grassottello in camicia e giacca porta sulla testa una corona d’oro con i simboli delle società petrolifere e succhia con una cannuccia l’America Latina. A Bogotà, invece, una mano taglia con una carta di credito della polvere bianca composta da centinaia di teschi umani. E in Italia? A Roma, l’ex caserma dell’aeronautica militare, ormai nota come Fronte del Porto, un luogo di incontro e scambio culturale, dopo l’occupazione del 2003 diviene tela per tanti visi di mostriciattoli colorati i cui occhi combaciano con le finestre. A Milano, sulla facciata del PaC, uomini in giacca e cravatta ma in mutande, si arrampicano su una montagna di cocaina. E ancora quello di Niscemi, raffigurante un robot in cammino su un campo pieno di aerei che diventano tombe fra lui e i manifestanti armati di attrezzi per coltivare la terra. Tutte le sue opere portano un messaggio implicito, una critica sociale che incita alla riflessione su fatti di attualità, politica e cronaca direttamente connessi al paese o alla città in cui li dipinge. Impossibile da ingabbiare! Ha lasciato il segno in tutti i continenti.

3