Arturo Barbante vive a Vittoria, dove è nato nel 1944 e dove ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte negli istituti medi superiori. Si è occupato di tradizioni popolari e di folklore, anche a fini di promozione turistica. Sue sono le realizzazioni del Corteo di Re Cucco a Scoglitti e il Presepe monumentale notturno nel centro storico di Vittoria. Per diversi anni, in qualità di Consulente Culturale della sua città, ha allestito mostre tematiche sulle tradizioni, usi e costumi, sul lavoro, su avvenimenti storici, sul patrimonio artistico, sulle feste religiose e sulla storia della città. Ha curato costumi e scenografie della Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo, che si tiene ogni anno a Vittoria in occasione della Pasqua. Impegni, questi, che non lo hanno mai distratto dall’attività di pittore che coltiva sin dalla giovane età. Barbante si è formato presso il Liceo Artistico di Palermo e ha frequentato l’Accademia di BB.AA. di Brera, a Milano.
Nella Città di Bergamo ha esposto in diverse mostre collettive e allacciato rapporti d’amicizia con gli artisti del panorama lombardo. Nel 1969 allestisce, presso la “Galleria Alexandria” di Alessandria, una delle prime personali di successo. Nel 1972 è a Palermo “Ai Fiori Chiari”. Per quanto riguarda la provincia iblea, vanno segnalate le sue mostre personali alla “Galleria Nuova Figurazione” di Ragusa, alla “Galleria degli Archi” di Comiso e alla “Galleria Koinè” di Scicli. Tra le mostre collettive, “Tendenze” a Ragusa Ibla, a cura di Francesco Gallo, “Il canto della terra” a Gibellina a cura di Aurelio Pes, “Orme” alle Ciminiere di Catania a cura di Angelo Scandurra, “Artfair in Opencity” a Palazzo dei Congressi di Roma, “I muri dopo Berlino” presso lo Spazio Tadini di Milano, “Visioni dall’arte contemporanea” al Complesso dei Dioscuri a Roma e al Castello di Donnafugata a Ragusa, a cura di Amedeo Fusco e Rosario Sprovieri. Nel mese di giugno, Mostra personale “Tematiche, Opere 2007-2013” al Convento delle Grazie di Vittoria. «Arturo Barbante – scrive il critico d’arte Rosario Sprovieri – è figlio della terra dei cantastorie. Attraverso la sua arte, alla maniera dei Trombadour e dei Jongler, ci racconta storie tratte dal quotidiano che eleva a scene espressive cariche di simbologia. Nei suoi contesti c’è una puntigliosa drammatizzazione del reale, che appassiona e coinvolge completamente ogni pubblico.
Grande e magistrale la melodia degli arpeggi su tela, per mezzo della versatilità della sua arte; incanta, colora versi, osserva, crea e scandaglia, poi fissa immagini, che suscitano pathos e intense suggestioni. Il pittore posa sapientemente i colori attraverso pennellate nate dai tormenti dello spirito, agita e anima superfici che trasudano emozioni, affiorano istanti e temi di un tempo ordinario che l’artista, prima seziona con sapienza nella propria mente, poi abbozza e ne completa il ricamo con estrema cura, annotando sonorità sui pentagrammi delle sue pitture. Il fondatore del suprematismo, – continua Sprovieri – Kasimir Malevic, ha scritto che l’arte non è solo arte, ma è un pensiero; il pennello è ribelle e non può penetrare nella sinuosità del cervello, la penna è più acuta. Dalla mente del creatore d’arte, infatti, si spalancano infinite finestre, luci direzionali illuminano scene usuali di vita domestica; sono questi i personalissimi universi di Barbante, egli li idealizza e ne immortala la sacralità. Ecco la tavola, la famiglia, gli amici, sono umili prospettive che vengono sublimate sino al sacro, ci si respira un’aria altamente spirituale, c’è del mistico, un’atmosfera carica e inquieta come nella cena di Emmaus del Caravaggio. Nell’attenzione verso gli atleti, i tuffatori, i ciclisti, verso la fluidità delle masse muscolari e dei fisici scultorei in azione, in questo, che sono il cosmo di Arturo Barbante si manifestano ancora perentoriamente tematiche pittoriche antichissime. Nella civiltà greca antica, l’esigenza di comunicare una vittoria nei grandi agoni sportivi e di trasmettere il ricordo nel tempo presente e futuro, era affidata a due sistemi di raffigurazione: la poesia e l’immagine. Simonide (VI – V sec. a. C.), in una sorta di parallelismo definì la poesia pittura parlante e la pittura, appunto, poesia muta. È proprio questa è la frequenza sulla quale si è sintonizzato l’artista, figlio della città del vino e dei fiori. Potremmo senz’altro dire che, come per il pensiero platonico, nelle opere di Barbante ci sono i ricordi di conoscenze acquisite in vite precedenti che riaffiorano naturalmente dall’anima, è l’anamnesi del pittore ».
In occasione della personale di Arturo Barbante alla Galleria Koinè di Scicli nel 2010, intitolata “Icone della Tavola”, Gino Carbonaro ha dato, in un suo testo, un altro importante contributo critico per la conoscenza di questo straordinario artista. «In queste opere – scrive Carbonaro – ogni personaggio è una maschera grottesca, il cui tema sembra partire da molto lontano. Forse da Hieronymus Bosch, transitato per Francisco Goya e poi al berlinese George Grosz e, in parallelo, a Mino Maccari, e perché no, anche a Toulouse-Lautrec e Francis Bacon. Poi c’è lui. Arturo Barbante. Le maschere? Sono figure di un repertorio umano, dove leggi il rapporto (drammatico) con la realtà. In volti dove si coglie l’essere e il non essere delle cose. La precarietà dell’esistere. Il non-senso della vita. Eppure, – aggiunge Carbonaro – malgrado l’impatto con le figure, il nostro interesse è per la forma. L’occhio dell’osservatore parte solitamente dal centro ma, risucchiato poi, in altra parte dell’opera. Poi ci si muove ancora, rilevando figure che si dissolvono. Ombre. Larve. Quasi visioni spettrali di personaggi che sono o erano? Presenze? Assenze? È incredibile questo lavoro, che si osserva, fa riflettere, ci appaga, mentre si lascia godere. Ed è musica per gli occhi, nutrimento del pensiero, dell’animo. Chi osserva resta ipnotizzato da questa spirale ruotante. Opere perfette. Emozione intensa».

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