La moda italiana sposa il “green” per diventare più competitiva. Sono sempre più numerosi gli stilisti e le case di moda che scelgono di adottare pratiche per limitare il proprio impatto ambientale. Termini come green attitude, green luxury, eco-design, ecochic, eco-friendly, bio-couture, abiti a chilometro zero, riciclo creativo sono ormai di uso quotidiano. È tutto un fiorire di iniziative: c’è chi ha trasformato le proprie collezioni in manifesti per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica o chi difende animali e ambiente eliminando la pelle dalle proprie creazioni. A ruota poi seguono i colossi del low cost, come H&M con “Conscious collection” le collezioni realizzate impiegando pelle, seta e cotone rigorosamente bio.
In Italia già dal 2007 Renzo Rosso, l’industriale a capo del marchio Diesel, ha introdotto politiche di risparmio energetico, lavaggi bio e la “Cool down the planet”, una campagna di sensibilizzazione sul global warming. Canepa, l’azienda che produce tessuti in provincia di Como: presenta il “Save the Water”, un progetto che riduce drasticamente il consumo d’acqua nella produzione dei tessuti grazie ad un processo, elaborato in collaborazione con il CNR Ismac di Biella, che sfrutta il chitosano, un polimero naturale che si ricava da scarti alimentari. Impronte green, la moda italiana si certifica clothing label. Tante le meritevoli iniziative ma pochi i parametri che il consumatore ha a disposizione per verificare la reale consistenza dell’impegno e delle azioni che le aziende sostengono di intraprendere. Attualmente, infatti, non ci sono codici o valori riconosciuti che possano dare un’indicazione di qualità misurabile in maniera sintetica e univoca per quanto riguarda l’impatto ambientale di una qualsiasi attività produttiva. Un buon passo avanti era stato fatto dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, che nel 2012 aveva stilato un decalogo contenente le caratteristiche che un’azienda di moda deve possedere per poter essere considerata eco-sostenibile. Il Manifesto della sostenibilità della moda italiana contiene indicazioni che coinvolgono tutte le fasi dell’attività: dalla concezione del modello passando per la produzione sino alla commercializzazione. Senza normative governative, però, queste indicazioni sono rimaste solo linee guida sino ad oggi. È il Ministero dell’Ambiente che scuote la situazione con l’avvio del “Programma italiano per la valutazione dell’impronta ambientale”. Un progetto di sperimentazione su vasta scala dell’impronta ambientale di prodotti e servizi con particolare riferimento a carbon e water footprint, le misurazioni di consumi d’acqua ed emissioni di gas a effetto serra ristretto in seguito al settore tessile, moda e accessori su proposta di ICE, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Il Programma coinvolge ormai più di 200 aziende dei più svariati settori merceologici e dei servizi e per quanto riguarda il settore della moda può già vantare l’adesione volontaria di cinque importanti gruppi come Gucci, Benetton, Brunello Cucinelli, Cruciani e Lanificio Leo. Le aspettative sono alte e a sollecitare questa sinergia tra Ministero, ICE e aziende si aggiunge Tessile e Salute, società nata nel 2001 al fine di monitorare la sicurezza del Made in Italy, che propone una vera e propria certificazione sui prodotti in commercio. I vantaggi? Il cliente sarà consapevole di quello che sta per comprare e indossare, l’azienda guadagnerà in competitività grazie a un attestato che prova “sul tessuto” sostenibilità, tracciabilità della filiera e impegno profuso dal produttore in termini di risorse dedicate ed investimenti tecnologici, allo scopo di realizzare un prodotto che rispetti le normative ambientali e che sia sicuro per la salute. La strada è ancora tutta in salita se si parla di salute. Lo dicono i dati, tutt’altro che incoraggianti sul grado di selezione del materiale in commercio: il 15% è sprovvisto di un’etichetta sulla composizione fibrosa, il 7-8% delle patologie dermatologiche è imputabile ai vestiti che indossiamo, il 100% delle patologie stesse risale ad abbigliamento importato. Puntare sul green sarebbe dunque, oltre che etico, anche strategico per le esportazioni di un made in italy certificato.

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