Perché ci si mette in viaggio? In questa domanda c’è un’idea di futuro, la possibilità di evocarlo, di immaginarlo attraverso luoghi ed incontri; e il futuro ha molto a che fare col desiderio. Scrittori, registi, sognatori si sono cimentati su questo concetto con generosi suggestioni. Il viaggio è movimento, non diversamente da ciò che accade al protagonista di un libro che il lettore accompagna nel suo percorso dall’inizio alla fine della storia. La capacità di immaginazione è la caratteristica più eccitante dell’uomo: per Giacomo Leopardi, era la prima fonte della felicità. Viaggiando si desidera trovare punti di riferimento nuovi per conoscere meglio noi stessi e forse la motivazione più profonda è proprio qui: nella ricerca della felicità, di un pezzo di felicità che una destinazione o un frammento di strada portano con sé. Il viaggio è sogno e racconto, del quale si diventa narratori e eroi. E l’immaginazione è imprescindibile anche quando l’agognata destinazione è una distesa di sdraio ed ombrelloni arsi. Lo scrittore Carl Sandburg scrisse che niente accade se prima non lo sogniamo. Perché quando ci si mette in viaggio, l’immaginazione diventa azione, si determina quel pezzo di destino che distrattamente chiamano vacanze. Senza mezzi termini Wim Wenders dichiarò che non si parte da nessuna parte senza aver prima di tutto sognato un posto; e viceversa senza viaggiare, prima o poi finiscono tutti i sogni o si resta bloccati sempre nello stesso sogno. Si viaggia per spirito d’avventura, quindi, per conoscere altri popoli, per scoprire il mondo, per imparare ad amare anche quello che è appena dietro il giardino di casa o per essere amati; per alleviare un dolore o per dare voce alla rabbia, per fede o per non credere più a nulla. E quale magia c’è nel poter dire “Io ci sono stato”! “Col viaggio si entra nella conoscenza di se stessi come quando affrontiamo la lettura di un’appassionante storia: leggere è conoscersi, è interpretare, è intraprendere un viaggio verso sé stessi. Un’individuale, profonda, esclusiva, fragile e delicatissima esperienza interiore” (Eugenio Montale).
Si viaggia per lasciare qualcuno o per incontrare qualcuno che non conosciamo ancora, l’aspettativa del nuovo o la risoluzione assoluta. Un movimento che si lascia preannunciare solo dal cuore. L’idea moderna è, inoltre, legata al concetto di ritorno molto più di quello che era un tempo; a meno che non ci si permetta d’essere “viaggiatori” a tempo pieno, per agio o per lavoro; o ancora che il viaggio sia verso una nuova destinazione di vita, prescelta o imprevista. Situazione quest’ultima che ammanta il viaggio di un fascino senza tempo e che non sempre rispecchia una scelta di libertà come i flussi migratori dal sud del mondo dimostrano. Questa condizione obbligata, il dover tornare, mette di fronte il viaggiatore a relazionarsi con sé e con il luogo da cui si muove in modo spesso irrituale, inconsueto perché quel ritorno è già stato stabilito in partenza. Quasi che la meta si identifichi col punto di partenza: è lì che poi si arriva, in fondo al viaggio. È questione di un poi. Il tornare a casa può acquistare un sapore nuovo, laddove possiamo restituirci all’esperienza dell’ordinario della quotidianità con una ricchezza inaspettata. “Perché non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato, per rendersi conto di quanto si è cambiati” (Nelson Mandela).

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