Chi di noi non viene bombardato per tutto il giorno da banner pubblicitari o fastidiosi annunci promozionali che si aprono automaticamente all’accesso di ogni pagina web? Non importa se il supporto che utilizzate di più sia lo smartphone, il tablet o il computer: in ogni caso non c’è via di scampo alla propaganda virale. Ma spesso questo tipo di campagne promozionali rischiano di innescare l’effetto esattamente opposto a quello voluto: risentimento e avversione verso il marchio reclamizzato, chiusura automatica del banner senza degnarne di uno sguardo il contenuto. Questo i pubblicitari lo sanno bene, ed è proprio per tale ragione che l’ultima trovata del marketing sta riscontrando enorme successo: il native advertising. Si tratta di una forma di pubblicità integrata, in cui insieme con quella che sembra un’informazione aggiuntiva al contenuto consultato, vengono inserite ulteriori indicazioni che “celano” un messaggio promozionale. In questo modo, l’utente ha la sensazione che la pubblicità non sia un corpo estraneo che salta fuori e invade il campo visivo, ma qualcosa che si trovava già lì dov’è. Perché il tutto funzioni è necessario che il messaggio pubblicitario non si presenti più sottoforma di banner, ma che si adegui anche graficamente alla piattaforma che lo ospita.

Diverse aziende si sono lanciate in questo nuovo campo, tra cui le due compagnie acquistate recentemente da Twitter: MoPub e Namo media, i cui diritti sono stati acquisiti dal colosso del social networking solo qualche giorno fa. Namo media è una startup acquistata per una cifra che pare si aggiri intorno ai 50 milioni di dollari. Un nuovo ventaglio di possibilità si apre dunque per Twitter, che punta a rendere più soft la comunicazione promozionale e allo stesso tempo fare dei suoi milioni di utenti i destinatari quasi inconsapevoli di messaggi pubblicitari sempre più efficaci.

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