Specchio del mondo consumistico. Immagine di un’identità che è più evidente della realtà percepibile. Riproduzione ossessiva di cliché. Arte di spontanea attualità, presente in tutti i campi della vita, illustra ampie porzioni della quotidianità e, per farlo, si serve delle nostre idee, dei nostri desideri, delle nostre intenzioni. Così la Pop Art rende idilliache le banalità della vita. Permette di osservare e rivalutare gli oggetti ai quali eravamo così abituati da non prestarvi più attenzione. Tutto può diventare pop. Elementi e tecniche profane scivolano senza sforzo sulla materia e la rendono pezzo da museo. All’inizio, e questa è la differenza con le correnti precedenti, la Pop Art non venne percepita come arte, ma come immagine di un ambiente consueto, con tutte le cose che la normalità offre e che sono più o meno necessarie a formare la società. Il processo creativo si è ridimensionato: l’oggetto, persino il solo materiale, presenta se stesso. Il materiale è il tema. Al materiale non si fanno domande. Si presenta senza accessori formali ed estetici: contiene se stesso. Risoluto e sfacciato, non pensa di essere accessorio, supporto di un’immagine o chiave interpretativa di qualcos’altro. Se consideriamo l’informale come una rivoluzione, artistica e socio-politica, allora il pop è una ribellione. Ribellione contro le regole e le forme tramandate dalla storia dell’arte. Ma soprattutto una rivolta contro l’uso tramandato, l’uso solito dell’oggetto. L’artista, pur non trovando più spazio per alcuna esperienza soggettiva che lo configura quale puro manipolatore di immagini, oggetti e simboli già fabbricati a scopo industriale, pubblicitario o economico, riesce a marchiare la singolarità della sua opera con uno stile. Nata in Gran Bretagna alla fine degli anni ’50, si dirottò sugli Stati Uniti, dove ebbe esiti straordinari. In un epoca ricca di fermenti e in continua evoluzione, quest’arte riuscì a definire pro e contro di un periodo storico, divenendo icona del progresso della società. Sfruttando e dissacrando le nuove tecniche di comunicazione, dalla pubblicità ai fumetti, dal cinema alla televisione, questa corrente si dimostra a volte audace, altre ironica, altre ancora riesce persino a svelarci i più semplici errori che gli uomini di ieri e di oggi, commettono. Concentrata principalmente sugli oggetti, le mode e i personaggi di spicco del periodo, li ritrae in numerose chiavi differenti. Tante quanti sono gli artisti che ne compongono il movimento. Ogni confine tra generi è abolito. Pittura, scultura, grafica convivono in una stessa opera. Quest’arte fonda la propria comprensibilità sul fatto che i soggetti rappresentati sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili. Dal logo, tra cui spicca quello della Coca Cola, alle icone politiche e dello star system: Kennedy, Mao Zedong, Marilyn Monroe ed Elvis Presley. Dal fumetto, concretizzato da Roy Lichtenstein, alla comunicazione muraria dei manifesti strappati di Mimmo Rotella. Dal fotomontaggio di Richard Hamilton, passando per il collage di Robert Rauschenberg sino ai surrogati di Claes Oldendurg, in iuta, polimeri sintetici, gessi e quant’altro possa fungere da materia malleabile pronta a divenir come creta fra le dita dell’artista e a prender forma di deliziosa pietanza. Ma è al di là delle apparenze che lo sguardo dell’osservatore deve andare per compendere e dar il giusto valore a questa corrente. Nascosto dai colori accecanti, dalle linee esuberanti, dai toni eccitanti si cela, infatti, il vero senso dell’opera. La negazione, la sopraffazione dell’oggetto sulla persona, l’angoscia esistenziale della società dei consumi, in cui l’uomo non è più uomo, ma mero compratore di beni impostigli dalla pubblicità; portatore di mode che non sono personali ma ispirate allo Star System del mondo cinematografico e televisivo. Quest’arte denuncia l’incapacità di una società di intendere e di volere. I temi sono oggetti la cui sponsorizzazione sfrenata, l’acquisto e l’uso li hanno elevati ad icone. Perfetto esempio ne è il “Remixing” the Campbells soup targato Andy Warhol, dove è evidente che se oggetto e immagine si tengono in equilibrio nella loro identità, poco dopo l’uno cede il primato all’altro: l’opera d’arte come universale fa dimenticare la latta di salsa del supermercato. Il prototipo le rappresenta tutte e porta l’attenzione sulla loro inutilità inflazionata. Si presuppongono a vicenda. Si spiegano a vicenda. Si crea una sottilissima soglia tra l’essere e l’apparire. L’oggetto come realtà camuffata. Un involucro esterno che determina l’immagine non il contenuto al quale comunque rimanda e fa riferimento che però rimane celato e privo d’importanza. Superamento dell’individualità del singolo, quindi. Paradigma di tutte le latte di salsa e di tutti gli oggetti d’uso. Spersonalizzato, anonimo e generale, non dà la sensazione di una latta nel supermercato della vita reale e non ne ha nemmeno l’aspetto. Un movimento dalla straordinaria forza vitale i cui esponenti sono gli ultimi eredi della grande tradizione realista e allo stesso tempo i rappresentanti di una corrente destinata a contaminarsi continuamente con l’evoluzione delle diverse forme di comunicazione. Arte che non morirà mai perché in costante evoluzione.

ANDY WARHOL
Nasce nel ’28 a Pittsburgh e lavora per un decennio come grafico pubblicitario a New York. Nel ’49 compie il suo ingresso nel mondo dell’arte e raggiunge la notorietà fondando la Factory nel 1957, un laboratorio dove si confondono arte, business e mondanità. Qui il marketing stesso diventa materia d’arte e l’opera diventa prodotto. Qui il saper vendere conta di più del cosa si vende. Irresistibile e sfrontato, Warhol è considerato l’interprete più noto e più autentico della corrente. Il ritratto multiplo lo consegna ad un’enorme popolarità e diviene un irriducibile status symbol per il jet set internazionale.

MIMMO ROTELLA
Nato a Catanzaro nel 1918, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, concentra la sua attenzione alla tecnica della fotografia, del collage e del fotomontaggio. Con lui, nei primi anni 50, si apre una via italiana alla Pop Art. Si dedica ai manifesti cinematografici, alla deperibilità dell’oggetto, alla sua esposizione all’usura del tempo. Riflessione che lo porta a inventare la poetica dello strappo, nella quale il volto della star di turno è interrotto da uno squarcio che assume significati a volte ironici altre satirici, come in “Marilyn”, opera del 1963. Rotella così si fa portavoce di quella protesta contro la nascente società dello spettacolo.

CLAES OLDENBURG
Nasce a Stoccolma nel 1929. Si trasferisce a New York dove si dedica all’arte. Concentra anch’egli l’attenzione sui prodotti di massa, trattandoli con grande cura. La merce pronta e confezionata gli rivela un fascino particolare, una bellezza che richiede di essere custodita e protetta. La sua serie più nota è quella dedicata alle pietanze proposte nei menù delle trattorie della 14th street e delle piccole salumerie della 2nd Avenue. Sandwich, hamburger, fette di torte, barrette di cioccolato. Umano senza cadere nel sentimentale: questo il suo stile.

ROY LICHTENSTEIN
Nasce nel 1923 a New York. Le sue idee sull’arte e sulle tecniche di esecuzione sono personalissime e precise. I suoi lavori includono elementi tipici della pubblicità ma soprattutto del fumetto, che vengono ingranditi e dipinti sul retino regolare di un rotocalco. Colori vividi e disomogenei, contorni neri netti e marcati, spazi vuoti riempiti da puntini o tratteggi diagonali per imitare la tecnica tipografica. I soggetti sono messi a fuoco, zoomati in un dettaglio, sottratti alla successione per quadri e vignette tipici dello storyboard. “Girl with Ball”, del 1961, è un’anonima riproduzione di un cartellone pubblicitario, che trova la sua carica eversiva nella sua stessa banalità.

RICHARD HAMILTON
Nasce nel 1922 a Londra. Fautore del fotomontaggio e della giustapposizione di ritagli ironici tratti dall’iconografia pubblicitaria, apporta un contributo fondamentale allo sviluppo del pop britannico. In Hamilton la cultura dei mass media, il consumismo, la mercificazione dell’opera d’arte sono punti di partenza per comprendere l’estetica industriale. “Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?”, opera del 1956, è una vera e propria pièce teatrale, dove viene messo in scena l’immaginario della cultura popolare inglese, attraverso segni e simbologie dell’attuale stile urbano.

GERALD LAING
Nato nel 1936 a Newcastle upon Tyne, nel ’60 si trasferisce a New York City. Qui attraverso la scultura minimalista, seguita dalla scultura figurativa approda alla pop art. In “Lincoln Convertible”, opera del 1964, l’autore, basandosi direttamente sui filmati ripresi da Abraham Zapruder, immortala su tela il tragico assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Si tratta dell’unica opera conosciuta che ritragga l’attentato avvenuto a Dallas nel 1963.

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