“È la sharing economy!” Un fenomeno sotto gli occhi di tutti, inafferrabile e quasi un paradosso. Nel mondo sempre più digitale, imprevedibile e iperveloce, consumi e ricchezze stanno cambiando irreversibilmente.

Desideri pressoché inesauribili spingono all’utilizzo continuo. Ma si parla di consumo, non necessariamente possesso. Cos’è diventata l’economia reale? Qualche esempio: oggi il più grande affitta camere al mondo non possiede nessun immobile né un solo albergo: si chiama Airbnb e fattura 8 miliardi di dollari.

Per capirci… vale più del noto gruppo alberghiero Hilton che possiede 4.500 hotel con 745.000 camere in tutto il mondo. E ancora, la più grande e ricca piattaforma di media non produce nessun contenuto. Si chiama Facebook e quota in Borsa 267 miliardi di dollari; considerate che il NY Times ne vale “appena” 2. Per non parlare di Amazon, il più grande commerciante al mondo non possiede nemmeno un negozio.

Cos’hanno in comune questi esempi? Sono aziende che non hanno un patrimonio tradizionale (mattoni, macchine, ecc.) ma possiedono i cosiddetti “Big data”, un’enorme massa di dati raccolti sul web che insieme a software e algoritmi consentono loro di offrire piattaforme che mettono in connessione la domanda e l’offerta con modalità del tutto nuove, agevolate dalla diffusione di Internet. Alcuni la chiamano la quarta rivoluzione industriale, dopo l’automazione a vapore del 1700, la produzione di massa del 1800 e l’arrivo dei computer negli Anni ’70, l’inarrestabile corsa informatica. Tanto per avere un’idea, nel nostro smartphone c’è tanta tecnologia quanto quella che ha consentito di sbarcare sulla luna. Figlia dell’economia della condivisione è l’Internet delle cose: gli oggetti connessi in rete crescono del 50% ogni anno. Sistemi tra loro connessi lavorano al nostro posto. Un modello di business e di consumo basato non più sul possesso di un bene ma sul suo utilizzo.

È lo specchio, del resto, di una nuova generazione di consumatori che preferisce la musica in quanto tale al CD come supporto fisico, che predilige l’emozione del film al DVD come oggetto: basti pensare ai 24 milioni di utenti di Netflix che con una tariffa mensile possono noleggiare e vedere film ovunque tramite internet.

Basta che ci sia, non importa che sia mio, proprio come i grandi alberi nei parchi, alla cui ombra riposano tutti e non appartengono a nessuno” dice la Yoshimoto. Una saggezza tutta orientale che è stata fatta propria dai cosiddetti “millennials”, i consumatori nati tra i primi anni ‘80 e i primi anni 2000 ispirati alla leggerezza del non-possesso perché possedere è noioso e arretrato; un po’ come l’iPod sta alla vecchia musicassetta.
Ha così avuto inizio la sharing economy in cui si scopre la possibilità e il piacere, di condividere le case, le auto, i vestiti, un posto a tavola. È un fenomeno culturale vero e proprio, una transizione dalla cultura dell’io alla cultura del noi, che è poi la cultura dell’accesso.

In fondo è più importante accedere a un bene piuttosto che averne la proprietà. Monsieur Ibrahim diceva nei “I Fiori Del Corano”: “Ciò che dai è tuo per sempre, ciò che tieni solo per te è perduto per sempre”. E i segnali c’erano da tempo: sul web ci si scambia notizie (Twitter), foto (Flickr), filmati (YouTube), contatti professionali (Linkedin), tutte cose possibili solo se milioni di persone condividono informazioni. La stessa cosa sta accadendo per i beni materiali. La virtualità ha incontrato la realtà dei nostri sogni. “Non siamo mai tanto lontani dai nostri desideri come quando ci immaginiamo di possedere la cosa desiderata”. Lo direbbe ancora Goethe oggi?

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