Da diversi anni sentiamo parlare, a volte anche a sproposito, di sviluppo sostenibile. Il concetto di sostenibilità nasce dalle prime lotte ambientaliste degli anni ’60 dove si cercava di sensibilizzare la popolazione della terra sulla pericolosità di uno sviluppo industriale e tecnologico indiscriminato e senza controllo. La definizione che ormai viene adottata e presa come riferimento è quella del rapporto redatto nel 1987 dalla commissione mondiale sull’ambiente e sviluppo: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».
Al punto in cui siamo però, non è più possibile scindere uno sviluppo sostenibile dalle politiche economiche ed ambientali. L’impatto sociale del progresso tecnologico a cui siamo sottoposti quotidianamente non può più essere messo da parte ma deve sempre di più far parte dell’equazione. Questa equazione però, non ha ancora una soluzione o perlomeno non è stata ipotizzata un’unica strategia risolutiva. Il contesto politico che elabora le varie strade per arrivare ad una maggiore sensibilità all’ecosostenibilità influenza in maniera determinante la soluzione finale.
La storia e gli obiettivi di ogni Nazione inevitabilmente condizionano le priorità e quindi le azioni di ogni governo. La crescita economica “a tutti i costi”, di alcuni paesi come la Cina, India e Corea o il pensiero conservatore legato al passato come quello Inglese o Italiano determinano, o comunque, rallentano o accelerano la crescita sociale e tecnologica.
In un’economia globale tutto questo può sembrare strano ed anacronistico ma è evidente che non tutti si muovono alla stessa velocità. Guerre, povertà, sopravvivenza e culture diverse, impongono delle scelte che molte volte vanno in direzione opposta ad una etica sociale e ad una maggiore responsabilità verso noi stessi e il nostro pianeta e nonostante i molteplici tentativi delle varie organizzazioni mondiali di creare una coscienza collettiva, la strada da percorrere è ancora lunga. Questo però è solo un lato della medaglia.
In questo momento ci sono segnali di una presa di coscienza collettiva e nonostante l’uso strumentale di una sostenibilità e di un futuro più “green” si sono individuate delle linee comuni su cui molti paesi si stanno attrezzando. La necessità di una modifica degli attuali stili di consumo, una maggiore integrazione dell’ambiente nell’ambito delle politiche produttive e una strategia volta al risparmio energetico, dovuta soprattutto al costo esponenziale delle risorse naturali, stanno influenzando sempre di più la scelta di decisioni orientate alla sostenibilità e alla salvaguardia del nostro pianeta. Nonostante gli sforzi però, tutto questo dà la sensazione di una impresa titanica, quasi utopistica dove il singolo essere umano risulta impotente di fronte ad una macchina che sembra inarrestabile ed inesorabile.
La natura umana però ha un istinto di sopravvivenza innato e anche se assopito dalle nebbie del consumismo e dall’esigenza “dell’apparire” prima che “dell’essere” si sta rendendo conto che il cambiamento globale è insito nel cambiamento del singolo, nel ritorno a quei valori ancestrali e a quella “ratio” che ci differenziano dagli animali. Questo non significa abbandonare tutto quello che è stato fatto fin’ora. L’innovazione ed il progresso tecnologico innegabilmente hanno portato dei vantaggi ma credo che fin’ora siano stati guidati quasi esclusivamente dal profitto e da mere macchinazioni economiche. L’elemento in più della famosa equazione può essere oggetto di discussione e di indagine ma alla fine non può che essere il fattore umano.
Non credo sia possibile che la qualità della vita possa essere misurata solo da quello che riesci ad accaparrare e dalla posizione sociale in una scala di valori creata da un sistema orientato esclusivamente al business e al possesso. Il futuro dell’umanità non può dipendere più dal “qui e ora” e dal benessere quantitativo. Io, da modesto fruitore di ciò che la Natura, la mano Divina o il semplice caso ci ha affidato, sono certo che non è arrivato il momento di arrendersi e di rassegnarsi ad un fato generato dalla mia genia. Non riesco a non avere quella speranza che ha rimesso in piedi l’essere umano più volte e in situazioni definite off limits. La “mia soluzione” sta nel ritorno ai valori sociali legati al concetto più nobile di “vita”, al ritorno dell’idea di comunità creata per la sopravvivenza e difesa dalle insidie esterne, al sentimento e alla necessità della creazione della famiglia come istituzione per il proseguo della specie.
Quella “vita” che, se considerata come elemento base di tutte le azioni del genere umano, può correggere il nostro cammino verso la direzione della sostenibilità. Mai pensato ne detto che tutto questo sarà facile, e la banalità delle mie affermazioni può trasmettere una scontatezza noiosa, ma quante volte è successo che ciò che è scontato (e non considerato) è risultato essere la migliore soluzione. Se l’uomo è stato capace di elaborare il concetto di sostenibilità come la non compromissione della vita futura non può non riuscire a trasformare il concetto in realtà.
Il titolo da me pensato perderebbe finalmente il suo significato e il percorso da intraprendere non sarebbe più una lotta ideologica ma un obiettivo concreto e reale per risolvere l’equazione “vita”.

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