Lucio Morando è un artista del colore: l’uso delle pennellate e delle tonalità cromatiche sembra quello di un fanciullo alle prese con i suoi mondi fantastici, con la sua immaginazione. Eppure, dietro questa meraviglia, dietro questi gioiosi tratti fortemente attraenti ed espressivi, si cela una profonda ed impulsiva intenzione comunicativa.
Morando si sente ed è un puro tramite fra l’arte e l’opera. Il messaggio, la tensione artistica gli arriva con uno slancio vitale che sta alla base dell’atto creativo, eseguito senza secondi fini. La sua mano è strumento del “non so che” estetico, i suoi quadri esistono per una ragione puramente liberatoria ed espressiva di un sentimento che sta al di là dello scibile umano. Per essere capaci di intercettare questo “slancio” decisivo e preziosissimo, bisogna possedere una sensibilità ed un’umiltà assolute, oltre che un’estrema vocazione alla libertà, sia nel sentire che nell’esprimere: qualità, queste, salienti nell’artista di Chiaramonte Gulfi.
Lucio Morando si scopre pittore lui stesso e si sorprende, si meraviglia quando si trova ad essere fruitore delle sue stesse opere; ha sempre e solo lavorato senza mai alcuna velleità. Morando ha forza considerevole, i suoi universi compositi svelano le perle più rare di quanto, sinora, gelosamente custodito nel suo mondo spirituale totalmente privato. E’ lì, in quegli universi, che è nata la sua straordinaria potenza espressiva, frutto delle passioni, nascoste e segrete, delle cose più intime e più amate, mai confessate, che gli appartengono. Affida tutto questo alle opere, a quegli innumerevoli pentagrammi ancorati al fitto reticolato delle vene minime del tebesio, in prossimità del distretto del cuore. Il mistero del proprio mondo interiore lì affiora e si palesa in ogni tocco di pennello, in ogni accento di colore. Una potenza avvincente, inarrestabile, l’inconscio del non comunicato, del non detto, del non accettato è un magma, una folata di “air de cour”. Ogni tratto pittorico sprigiona, inequivocabilmente, l’energia dell’intangibile, che sta oltre ogni rivelazione, ogni mondo mistico; affiorano intimi angoli di paradiso che ogni uomo, quando è unito a questa energia, ha dentro di sé.
Nei tocchi esperti e nelle onde sinuose che fluiscono dalle mani del pittore, c’è un sistema di segni che intercettano immediatamente lo sguardo di chi osserva; ammalia, l’universo interiore dell’uomo, non traducibile in parole o in ragionamenti: diventa un invito seducente, una eco suggestiva che attiva i moti dell’animo di ciascuno e lascia smarriti, dietro finestre spalancate, verso sconfinati spazi da svelare, nel mentre arrivano, lentamente, suoni ammalianti come le trascinanti ouvertures Pucciniane. Mi piace immaginare Lucio Morando e la sua diuturna fatica, le limature, le innumerevoli prove, le sovrapposizioni, le direzioni dei tratti, i voli dei pennelli, le scie delle ghiere, il tempo infinito delle due solitudini: quella dell’uomo e quella dell’opera. Una ricerca costata sudore, fatica e privazione ma che permette all’uomo sensibile, di diventare un cesellatore, un creativo, un solista capace ed affidabile. Un musicista in grado di far vibrare, flauti, oboe, trombe, contrabbassi, timpani, organi e violini, grazie alla tecnica e al dominio posseduti: così, lo straordinario pittore fonde la materia e ne apparenta le tonalità, con sconfinata lentezza, incessante ricerca, con sovrumana precisione. L’invito alla visione delle tante primavere, del Morando, ha come sottofondo il canto soave degli uccelli, il suo richiamo possiede la melodia più armoniosa nata, per il gorgheggio dell’usignolo nel cuore della notte, quando: In mille fogge il suo cantar distingue / e trasforma una lingua in mille lingue. Un vero inno alla libertà dell’uomo. Una miscela che si svela piano, piano, coinvolgente, intensa, carica dell’umanità di un artista… vero”.

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