La propensione a informarsi e informare, a comprare e vendere, a comunicare e confrontarsi, a valutare proposte e usufruire di servizi da operatori non tradizionali, la cui caratteristica è lo spostamento continuo dei confini, è la definizione del termine web 3.0. Facciamo parte ormai della Generazione C, un’evoluzione che modifica i comportamenti. I nostri competitors? I millennials, di cui fanno parte i nati dopo gli anni ‘90. Siti web, social media, digital marketing, cloud, app, e-commerce, crowdfunding, sharing economy, droni, cybersecurity, smart city sono alcune pagine del nuovo manuale di vita in cui tutto è in divenire: the unknown unknown. Velocità, prontezza e innovazione sono i nuovi parametri da tenere a mente, perché nell’era 3.0 “Il pesce più veloce mangia il più lento”. Per chi è pronto a mettersi in gioco si tratta di un’immensa opportunità. Sia da un punto di vista imprenditoriale che da quello dei semplici utenti, il cambiamento è evidente. Se parliamo di business il termine da usare è “like economy”: soluzioni personalizzate dalle infinite possibilità. Un mutamento che porta le imprese a dover ripensare alla propria architettura: nuove figure professionali (chief data officer, data scientist, user experience), nuovi approcci alla produzione, alla vendita, alle strategie di Marketing.  È una sfida complessa: pensare ad una nuova sintassi aziendale valutando prima di tutto il campo d’azione dove lo spazio non presidiato diviene ricchezza di un concorrente più dinamico. Subito dopo è da analizzare il concetto di valore del bene/servizio immesso sul mercato. A condizionare la riuscita di questo nuovo modello di business è infatti l’esperienza d’uso che si propone all’utente. L’unica cosa che non muta è l’obiettivo “crescita”. E gli utenti? Qui sorge una dicotomia fra la generazione dei Millennials, nata con pacchetto connessione incluso e gli altri che al pacchetto si sono dovuti adeguare. È per questi ultimi che si pone il problema. I curiosi, gli intraprendenti, quelli sempre aggiornati sulle novità e quelli restii. La generazione che si informava leggendo il giornale, ascoltando la radio, che ha visto nascere la tv, che ha affrontato il passaggio dal telefono fisso al mobile, che acquista solo alla bottega sotto casa, che disdegna i negozi in franchising e preferisce il commerciate di fiducia. È per loro che nasce un senso di inadeguatezza e ignoranza, si trasforma in frustrazione e poi in paura di non essere in grado di capire quello che avverrà, perché troppo complesso. Sono loro che detestano il Web 3.0, odiano la tecnologia e la snobbano pur usandola. Serve uno sguardo d’insieme per capire il tutto. Non uno sguardo dettagliato ma un’infarinatura per intravedere i confini delle cose e poterle sfruttare. L’evoluzione porta cambiamenti che prescindono da noi, da ciò che pensiamo, da quello che siamo e dalla nostra volontà. Bisogna lanciare la moneta e vedere i vantaggi della faccia che ne uscirà.

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